Date: Fri, 7 Jul 2000 19:24:57 +0200 (METDST) From: Maurizio Patrignani Subject: Titto in America - Last Chapter Carissimi, questa ultima mail della serie "Titto in America" serve ad informarvi che (come molti di voi sanno gia') sono tornato in Italia, e a descrivere il rocambolesco viaggio di ritorno. Spero di vedervi presto di persona per raccontarvi direttamente i dettagli piu' divertenti dell'esperienza americana. Ciao e a presto, Titto =================================================================== Viaggio di ritorno ================== Sorvolo sul doloroso addio al gatto, che rimane uno dei momenti piu' strazianti di tutta la mia vita sentimentale, e il successivo addio alle coinquiline, a seguito del quale l'unico che ha mantenuto un granitico controllo del proprio stato emotivo e' stato l'autista del taxi. I problemi sono cominciati subito all'aeroporto di Boston: il volo American Airlines non si decideva a partire. Un guasto tecnico, dicevano. Non sapendo come interpretare il guasto tecnico ("la compagnia aerea e' scrupolosissima", oppure "l'aereo e' un rottame"), divento fatalista e mi sparo una birra con patatine al bar piu' in di tutto l'aeroporto Logan di Boston (c'e' solo un bar). Ad ogni modo le due ore di ritardo alla partenza sono state necessarie e sufficienti a perdere il secondo volo Alitalia che da New York JFK mi avrebbe dovuto portare a Roma Fiumicino. Addirittura, per velocizzare il trasferimento dal molo di arrivo dei voli American Airlines a quello di partenza dei voli Alitalia, mi ero appiccicato ad una biondona americana (sempre una buona idea) che doveva andare a Milano e che e' riuscita a corrompere l'autista di un piccolo autobus, che per sole 140.000 lire ha fatto il tragitto che la navetta dell'aeroporto fa gratis. Tutto senza alcun effetto perche' il mio aereo era gia' partito. Perso il primo volo, sono stato prontamente messo in lista per un secondo volo che partiva in serata. Ma il nefasto Giubileo (che riempie di pellegrini i voli Alitalia) mi stava ineluttabilmente costringendo ad una sosta forzata a New York, tantoche' alle otto di sera mi fanno: "vuole tornare domani?", e mi prenotano un posto su un aereo che parte 24 ore dopo. Come viaggiatore informato conosco i miei diritti e chiedo un posto letto: l'Alitalia mi manda alla American Airlines (navetta dell'aeroporto) la quale nega che si tratti di un guasto tecnico, poi riconosce che si e' trattato di un guasto tecnico e mi manda alla American Eagle (altro viaggio in navetta), la quale nega che si tratti di un guasto tecnico, poi riconosce che si e' trattato di un guasto tecnico e mi informa che non c'e' un solo posto letto in tutto il JFK. Fine dei diritti del viaggiatore informato. Non sapendo che fare, decido su due piedi di prendere un autobus per Manhattan. Ma a Manhattan 80.000 lire di taxi non sono sufficienti a trovare un posto letto. Allora Il tassista mi lascia a Times Square, nella prospettiva di passare la notte in un night club. Nel lasciarmi mi da' tre consigli: 1) non parlare con nessuno e non ti fidare di nessuno (con l'eccezione dei tassisti, evidentemente); 2) non andare a piedi in giro per Manhattan (questo consiglio, forse, era un po' interessato); 3) lascia perdere le donne: quando sarai in Italia avrai tutte le donne che ti pare (il poverino non sapeva lo stato pietoso della mia vita sentimentale). Io con una borsa a tracolla che era evidentemente un portatile e una valigetta che era evidentemente un sassofono marcavo malissimo. Ho trascorso fino alle 2 di notte vagando per Times Square e dintorni e fingendo di essere un turista, ma in realta' stavo redigendo una mappa dei locali notturni della zona. Dalle 2 alle cinque in una discoteca-pub-videogiochi dal nome "Bar-Code" (un gioco di parole tra la parola "Bar" e le parole "codice a barre") che si trova al secondo piando di un edificio a Times Square. Li' un certo numero di sofisticatissimi teenagers di etnia incerta ingannavano la notte (di un giovedi'!) giocando a biliardo. Alle cinque e' sorto il sole. Manhattan si e' svegliata in una nuvola di vapore. Faceva un caldo tipo serra. I grattacieli di Manhattan sono delle citta' in verticale. Alla base del grattacielo si accumula (forse per gravita') tutta l'immondizia della citta' sovrastante, e viene compressa e portata via a camionate, lasciando una persistente scia di effluvi mefitici e abbondanti liquami sull'asfalto. Alle sei di mattina stavo a Central Park, dove una miriade di newyorkesi corrono a piedi, in bicicletta, sui pattini ecc. ecc. Mentre gli italiani corrono con uno stile pressocche' uniforme, gli americani evidentemente ritengono irrinunciabile l'espressione della propria personalita' nello stile della corsa. Uno correva tutto piegato in avanti, uno tutto piegato indietro, uno calciava in aria, uno tirava su i tacchi, chi era tutto rigido come ingessato, chi tutto floscio con le braccia pendule, chi zoppicava, chi ancheggiava, chi sbracciava, chi muoveva il collo come un cammello, insomma, era difficile trovare qualcuno che sfiorasse la normalita'. Alle 10:30 stavo al Museum of Modern Art, dove sono rimasto rapito fino al pomeriggio, e alle 17:00 stavo gia' all'Aeroporto JFK, dove intanto si erano persi le mie valigie, riapparse misteriosamente all'aeroporto di Fiumicino. Se vi capita di andare in America, vi suggerisco di perdere l'aereo di ritorno. Vantaggi: 1) si possono vedere cose che altrimenti uno si perderebbe 2) si casca in trance durante tutto il viaggio di ritorno (che diventa cortissimo) 3) si arriva in Italia privi di jet lag, ma con un sonno generico che si puo' amministrare a piacimento. Con questi preziosi consigli (da cumulare con quelli del tassista) vi saluto. Ciao di nuovo, Titto